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Articolo · UX · Pattern UI

Il Darkometro

19 luglio 2024 Bartolomeo D’Alia

I dark pattern non sono tutti uguali: c’è la marachella e c’è il congegno costruito per farti lasciare dei soldi. Mi sono costruito uno strumento per misurarli, e per sapere dove fermarmi.

01 / Il lato oscuro

Trucchi che conoscete già

Vi è mai capitato di provare a disiscrivervi da una newsletter senza riuscire a trovare il link, quando per iscrivervi era bastato un click? Di comprare un volo con la scritta «ancora 2 posti a questo prezzo» addosso, salvo ritrovare gli stessi posti la settimana dopo? Di rinunciare a uno sconto cliccando un pulsante che diceva «No grazie, preferisco pagare di più»?

Ecco, siete già stati dalle parti del lato oscuro. I dark pattern sono questo: astuzie di progettazione che sfruttano la fretta, le abitudini e le distrazioni di chi usa un’interfaccia per pilotarlo verso una scelta che, a mente lucida, non avrebbe fatto. Non vi scippano: vi convincono a firmare. Ed è proprio qui che la faccenda si fa scivolosa.

Una precisazione, prima di andare avanti: non chiamo dark pattern ciò che avviene all’insaputa dell’utente. Se un servizio vende i miei dati di nascosto, quello non è un pattern: è un abuso, e basta. Il dark pattern ha bisogno della mia mano. L’inganno sta tutto nel farmi compiere il gesto.

I Dark Patterns

Oggi il termine più corretto sarebbe un altro: Harry Brignull, che i dark pattern li ha battezzati nel 2010, da qualche tempo preferisce chiamarli Deceptive Patterns, schemi ingannevoli. Un nome più preciso, più adatto ai documenti ufficiali, e sicuramente più giusto.

Io però resto affezionato al vecchio. Il lato oscuro ha un fascino che la precisione non ripaga: racconta di una disciplina che si può esercitare per bene o per male, e di progettisti che possono cederci un po’ alla volta, quasi senza accorgersene.

Come nelle saghe che conosciamo tutti, Star Wars in testa: al lato oscuro non si nasce, ci si arriva per piccoli passi.

Vedremo più avanti che non lo dico per sentito dire.

Non tutti i cattivi sono uguali

I dark pattern, dicevamo, non sono tutti uguali. C’è la marachella che ti fa perdere due minuti e c’è il congegno costruito per farti lasciare dei soldi: metterli nello stesso calderone non aiuta né chi vuole difendersi né chi progetta e deve capire dove passa il confine.

Così mi sono costruito un misuratore, che con grande sforzo di fantasia ho chiamato Darkometro: una scala da 1 a 9, dove 1 è quasi del tutto innocuo e 9 è la personificazione diabolica del male. Tre zone, tre custodi.

Il Darkometro: scala da 1 a 9, tre zone, tre custodi

Zona Innocente1–3

Pattern che al massimo fanno perdere tempo e pazienza: la disiscrizione introvabile, la casella preselezionata. A guardia c’è un tirapiedi pasticcione, il cattivo dal cuore tenero: per capirci, il Gru di Cattivissimo Me.

Zona Moderata4–6

Qui i danni diventano concreti anche se non gravi: scelte pilotate che ti bloccano dei soldi o te ne fanno spendere più del previsto. È la zona che incontro più spesso. A guardia un signore oscuro, elmo e mantello: l’inquilino illustre è Darth Vader.

Zona Pericolo7–9

Il territorio dei pattern costruiti apposta per fare danni economici, o di gravità equivalente. A guardia un demone ombra: qui le furbizie sono finite, gli intenti sono diabolici. Il riferimento famoso ve lo do, ed è Sauron.

Su quest’ultima zona, una nota che è quasi una consolazione: è poco abitata. Pattern così gravi sono così oltre il limite che di rado invecchiano: gli utenti si infuriano, i giornali ne scrivono, le autorità arrivano. Il lato oscuro estremo è un pessimo investimento.

04 / La confessione

Ci sono cascato anch’io

Il tirapiedi pasticcione, custode della zona Innocente

C’è una cosa che va detta senza girarci intorno: dietro ogni dark pattern non c’è un algoritmo cattivo, c’è un UX designer che sta esercitando la disciplina in modo non etico. Consapevolmente, o no. E anche più di una volta. Siccome non mi piace fare la morale dall’alto, vi racconto di quando il designer ero io.

Tempo fa, sul nostro servizio di biglietteria, mostravamo in vetrina i prezzi base dei biglietti; i diritti aggiuntivi comparivano solo nell’ultimo passaggio dell’acquisto. Indicati chiaramente, per carità. Ma il totale che il cliente si era fatto in testa veniva stravolto alla fine, a un passo dalla cassa.

L’intento, se così si può dire, era innocente: non scoraggiare i clienti mostrando subito il prezzo pieno. Nessun calcolo, nessuna strategia; ci sembrava perfino un favore. L’effetto era l’opposto esatto: la sorpresa li mandava su tutte le furie, e scoraggiava più di qualunque prezzo pieno. Sul Darkometro, un livello 3 pieno.

La mia confessione, misurata: livello 3, ancora zona del tirapiedi — per un pelo

L’abbiamo risolto nel modo più banale del mondo: prezzi in chiaro fin dal primo passaggio, nessuna sorpresa alla cassa. E mi sono portato a casa la lezione che il Darkometro avrebbe poi reso esplicita: nel lato oscuro non si entra sempre con cattive intenzioni. A volte ci si scivola, convinti per giunta di fare un favore al cliente.

Dove mi fermo io

Resta la domanda per cui questo misuratore esiste: qual è la soglia da non varcare?

In assenza di regole scritte, ognuno risponde con la propria sensibilità. Io la mia linea l’ho tracciata così: consapevolmente, non supero la zona del tirapiedi. Le pratiche fino al livello 3 le considero paragonabili a quelle di discipline vicine, come il marketing quando usa i bias cognitivi per vendere: non proprio innocenti, ma ampiamente tollerate. Tutto quello che sta sopra mi costringe a fare i conti con la coscienza. E non ho nessuna intenzione di essere ricordato per un pulsante disonesto, nemmeno quando quel pulsante non viola alcuna legge.

Richieste ben oltre la soglia me ne sono arrivate, più di una volta. Quasi sempre me la sono cavata senza fare il predicatore: è bastato mettere in fila gli svantaggi a lungo termine, perché la fiducia si costruisce in anni e si brucia con un pattern. Non va sempre così, e non va così per tutti: è esattamente il motivo per cui mi serviva una linea tracciata prima, non un’opinione da improvvisare sotto pressione.

D’ora in poi, quando su queste pagine metterò sotto la lente un caso reale, troverete anche la sua misura: livello tot sul Darkometro, zona di competenza.

E voi? La vostra linea dove passa? E vi è mai capitato di accorgervi di averla superata solo dopo?